Le parole di Cristo ai tempi di Martini e don Verzé / 2
L’ex consigliere di Wojtyla dice che c’è una chiesa che sta tradendo se stessa
Se il grado di accoglienza nell’amore per i fedeli che commettono un errore sia adeguato o meno da parte della chiesa è da tempo immemore vexata quaestio. Tuttavia, il nuovo libro firmato da Carlo Maria Martini e da don Luigi Verzé va ben oltre. di Stefania Vitulli

Milano. Se il grado di accoglienza nell’amore per i fedeli che commettono un errore sia adeguato o meno da parte della chiesa è da tempo immemore vexata quaestio. Tuttavia, il nuovo libro firmato da Carlo Maria Martini e da don Luigi Verzé va ben oltre: “Che cosa ne dice, Eminente Padre, della negazione dei sacramenti ai devotissimi divorziati?” chiede don Verzé. “Ritengo che la chiesa debba trovare soluzioni per queste persone” risponde il cardinale. “Ho detto spesso, e ripeto ai preti, che essi sono formati per costruire l’uomo nuovo secondo il Vangelo. Ma in realtà debbono poi occuparsi anche di mettere a posto ossa rotte e di salvare i naufraghi”. Tanto è bastato al Corriere per titolare “Porte aperte ai fedeli cattolici divorziati e risposati”.
Ma davvero la chiesa potrebbe in futuro consentire l’accesso ai sacramenti a chi abbia formato una nuova famiglia, magari con figli nati da un secondo coniuge, se il suo stato fosse quello che Martini chiama nel libro “irreversibile e incolpevole”? Abbiamo girato la questione a un professore che dei fondamenti morali del matrimonio nella fede ha fatto uno dei temi fondamentali della sua esistenza, come dimostra anche il suo ultimo testo, “Bellezza e spiritualità dell’amore coniugale” (Cantagalli).
Amico, collaboratore e confidente di Giovanni Paolo II, il polacco Stanislaw Grygiel è emerito di Antropologia Filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su matrimonio e famiglia, voluto da Wojtyla nel 1981: “Immaginiamo che il membro di una famiglia commetta un atto che lo elimina da questa famiglia. E’ chiaro che lui soffrirà” spiega Grygiel. “Ma ancora più di lui soffrirà la famiglia da cui proviene. Questa sofferenza dovrebbe provocare verso chi ha commesso l’errore un amore ancora più grande di prima. Questo amore significa: noi ti aspetteremo e faremo tutto il possibile perché tu rientri nella nostra famiglia”.
Fuor di metafora, se l’errore commesso è contro la verità della chiesa, secondo Grygiel la chiesa ama la pecorella smarrita più di prima ma non la può riaccogliere alle stesse condizioni di prima, a meno di non rinnegare la propria verità: “Non sono un teologo, ma un semplice credente” tiene a specificare. “Tuttavia mi pare che il comandamento evangelico sia chiaro in proposito. La chiesa non può permettere ai risposati di partecipare alla vita sacramentale. La comprensione o l’interpretazione delle parole di Cristo non può variare a seconda della situazione, ma si svolge nella visione totale del Vangelo e della fede tramandata. Se mio figlio o mia figlia mi abbandonassero per un’altra famiglia, terrei per loro la porta sempre aperta, ma non posso tradire i miei principi senza tradire me stesso, non renderei un buon servizio nemmeno a loro. Supponiamo che la chiesa per rendere possibile la vita sacramentale di questi risposati tradisca la propria verità: non esisterebbe più per gli altri. Io l’abbandonerei. Non vorrei essere membro di una chiesa che tradisce se stessa”.
Che cosa potrebbe fare dunque la chiesa per avvicinarsi materialmente ai divorziati e risposati? “Non ci può essere una regola per tutti, ma bisogna considerare caso per caso. Tuttavia, non c’è solo la comunione dei sacramenti, c’è anche la comunione spirituale. Venite a Messa e ascoltate la coscienza, può dire a questi fedeli. Buoni padri spirituali potrebbero fare con loro particolari ritiri, in cui meditare sulla vita, sul significato di Dio, il resto verrà di conseguenza. In un’enciclopedia polacca del Settecento alla voce cavallo si dice: ‘Ciò che il cavallo è, ciascuno lo vede’. Così è per la relazione di ognuno di noi con Dio”.
di Stefania Vitulli